Venerdì 14 maggio 2004
Schede: Mestieri





Un materialissimo stracotto preceduto da taglierini non ci ha impedito di scivolare nella realtà immateriale. Mentre venivamo a parlare dei possibili oggetti materiali da esporre nel nostro museo, sono cominciati ricordi e distinguo che, piano piano, occupando sempre più spazio, ci hanno allontanato dalle cose concrete. Come è successo per il lattun e la medaglia che hanno portato il discorso sulla portineria, il controllo, i guardiani, il furto, le spie. Come per i capannoni, i reparti con gli operai chiusi dentro, limitati nei rapporti interni, in continuo scontro con quanti avevano il compito di controllarli. Un controllo "esterno" perché quello vero si esercita sul lavoro, in primis con la "bolla di cottimo", il documento che detta i ritmi quotidiani di ognuno.
"La bolla, è il documento dei documenti, l'oggetto degli oggetti. E' il cuore della fabbrica. Nel museo dovrebbe esserci una stanza vuota, proprio con niente dentro, e nel mezzo, appoggiata sotto una campana di vetro, una bolla; come la perla di Topkapi, ". Ugo è soddisfatto del suo exploit e si vede. Anche perchè è riuscito a far riferimento a Istanbul dove è andato qualche anno fa e al romanzo di Ambler che in seguito al viaggio gli avevo regalato. Gli altri ascoltano divertiti; gli riconoscono volentieri una certa preminenza intellettuale sulle questioni esotiche come i viaggi e la letteratura.
Parlare della "bolla" fa esplodere finalmente la questione del tempo. Il tempo e non l'orario, che è un'altra cosa. Perché l'orario è un periodo, va da una certa ora ad un'altra, ma dentro ci puoi mettere qualsiasi cosa, dalla penichella alla interminabile corsa del topo. Parole pronunciate a tavola a proposito del tempo: tempo guadagnato, tempo perso, tempista, cronometrista, u bedò, cottimo, bolla individuale, bolla collettiva (con relative complicazioni), guadagnarci, perderci, aggiustamenti, cottimisti, percentualisti. Il tempo è una funzione universale, riguarda non solo il lavoro ma la vita in generale, la stessa voglia di vivere, di scopare, la stanchezza, la puzza (la disponibilità a sopportarla o meno), i rapporti con gli amici, il piacere della lettura e altro ancora.
Anche l'orario è importante ma in sé dice poco. Si capisce che quando sono arrivate le 8 ore è stato un progresso, così come l'ulteriore diminuzione che in seguito ha interessato molte categorie. Ma sono cose difficili da apprezzare. Può anche capitare che l'orario si riduca là dove invece la fatica aumenta. Per non dire dello straordinario, il tempo che si lavora oltre l'orario contrattuale, che è, col cottimo, ciò che assicura l'elasticità della fabbrica alle esigenze della produzione. Detta così sembra facile da capire ma nella realtà le cose vanno diversamente. Ad esempio come interpretare una fabbrica dove le ore di straordinario sono una infinità? E come rispondere al busillis che ti chiedono di "fare straordinario" anche quando il lavoro è poco? Il fascismo, sia pure a suo modo, questi problemi li aveva risolti; infatti aveva abolito lo straordinario. Nel senso che le ore che ti facevano fare oltre l'orario venivano pagate come le altre. Semplice no?
La paga oraria? Ma anche quella non dice granché: serve agli economisti che fanno i confronti tra una categoria e l'altra, tra un paese e l'altro; potere d'acquisto, paniere... Poi c'è il luogo di residenza che è importante: "chi veniva dalla campagna ad esempio ci metteva più tempo ad arrivare in stabilimento ma in compenso, per il mangiare, aveva quelle due o tre cosette in più rispetto a chi viveva in città. Per non dire dell'affitto. Insomma che alla fine stava un po' meglio".
Molti i casi da riferire; racconti drammatici ma a volte anche umoristici. "Tra noi il cottimo era l'argomento del giorno, sempre: Ghe guagnu, nu ghe guagnu. Se non si parla di questo nel tuo museo, belin, puoi chiuderlo subito". Quando il museo appare problematico o criticabile è sempre il mio.
Il cottimo - un vortice dentro al quale tutti si sono lanciati - corrisponde ad un salario in parte collegato al rendimento. Anche se nella discussione la parola magica è una sola, cottimo, gli esempi mostrano come si tratti di un sistema che nel tempo, e da una situazione all'altra (sia di fabbrica sia di reparto), ha avuto un rilievo diverso. In ogni caso, anche se ci si scherza sopra, si capisce che il cottimo è una cosa seria, che ha fatto soffrire, litigare, lottare, sentirsi soli, avviliti ecc. "Perché, ha detto Ugo - con una di quelle sue battute lapidarie che lo hanno reso celebre - il giorno che hai scoperto che se vai più in fretta puoi guadagnare di più il padrone potrebbe anche togliere il capo, la portineria e il resto, tanto da quel momento non gli servono più, li hai tu dentro la testa".
Non ci capisco molto; mi limito a fare qualche domanda e a spingere il mio registratore davanti a questo o a quello. Stando l'importanza che tutti gli attribuiscono, al cottimo toccherà sicuramente una stanza del museo. Anche allo straordinario, si capisce. Soliti dubbi su cosa metterci. Sperando nell'ispirazione ho chiesto di mettere a fuoco i fatti. A cominciare dal percorso della "bolla", il foglio che contiene assieme alle istruzioni per produrre un pezzo o per intervenire su un pezzo in lavorazione, le ore previste per la sua esecuzione e quindi il prezzo corrispondente che verrà pagato dall'azienda. Se l'operaio "a cottimo", per il quale il contratto di lavoro prevede una certa paga oraria, impiegherà meno del tempo assegnato guadagnerà la percentuale corrispondente in denaro. A fare un lavoro di 100 ore ne impieghi 90, con un risparmio del 10%? Vuol dire che hai guadagnato il 10% in più: così, in buona sostanza. Dove sta l'inghippo? Da molte parti. Per prima cosa c'è che il tempo che ti viene assegnato per fare un lavoro spesso è stretto: tu corri ma non riesci ad andare sotto le ore assegnate e quindi a "guadagnarci" ("realizzarci") o addirittura non riesci neppure a "starci dentro"; le superi.
C'è anche il caso di commissioni che risultano facili da realizzare ma per le quali col passare del tempo, quando si vede che l'operaio ci guadagna, i tempi vengono "tagliati". Come fanno gli uffici tecnici a stabilire i tempi di esecuzione di un lavoro? In modi diversi ma sempre astuti. Spesso si tratta di lavori praticati da tempo in fabbriche diverse, insomma roba da manuale. A volte i tempi sono rilevati da tempisti che si mettono vicino all'operaio con un cronometro in mano e stabiliscono il tempo del lavoro e delle pause necessarie facendo eseguire all'operaio - sulla base di un loro prontuario - le operazioni necessarie alla produzione del pezzo. Il confronto tra l'operaio che cerca di andare alla lunga e il tempista che lo taglia, i racconti delle astuzie reciproche sono infiniti. In linea di massima sembra che per l'operatore alla macchina fosse più difficile sottrarsi; almeno rispetto ad altri lavori difficilmente inquadrabili anche se tecnicamente meno impegnativi. Variabili in buona parte eliminate dalla diffusione delle macchine. A volte - per fissare il tempo di esecuzione di un lavoro - alla azienda serve, più che il tempista, una prova. Si dà all'operaio un lavoro - con un margine buono o scarso, non è importante - e lo si mette alla prova. Se l'operaio tace e ci guadagna allora il tempo andrà tagliato; se protesta, andrà considerato criticamente; se davvero fa casino e rischia di mettere su una grana in reparto, bisognerà ritoccare a suo favore. Così grosso modo e per i cottimi individuali, perchè poi ci sono i cottimi collettivi che presentano particolarità da brivido. Sono frequenti tra i cantieristi, infatti è stato Ezio a parlarne.
Non tutta la mano d'opera della fabbrica è fatta di cottimisti. Ci sono anche i percentualisti la cui attività è più difficilmente quantificabile in termini di tempo ma non per questo ne sono fuori; anzi. Semplicemente la loro attività è dettata dal ritmo generale impresso alla fabbrica dai cottimisti. Tant'è che il percentualista gode, oltre la paga oraria, la stessa del cottimista, di un incremento che corrisponde alla media del cottimo realizzata nella fabbrica. I cottimisti riescono a realizzare mediamente un incremento del 10 o del 15%? Al percentualista tocca un incremento della retribuzione oraria pari a quella percentuale.
La bolla è il foglio che, emesso dal centro, attraverso vari passaggi da un ufficio all'altro, arriva al capo reparto che a sua volta la consegna all'operaio per l'esecuzione del contenuto. In caso di contestazione da parte dell'operaio la stessa bolla compie il viaggio all'inverso a volte fermandosi al capo reparto, a volte procedendo fino al capo officina; in altri casi risalendo su su la trafila fino agli uffici dove è nata e da dove è partita. E' un documento importante: testimonia il livello tecnico della lavorazione e il tipo di relazioni industriali che sono praticate nello stabilimento. Quello che un tempo si chiamava "il livello della lotta di classe".
"Era un documento essenziale - dice Ezio - ma c'era tutto. La data e l'orario di inizio, la descrizione di quello che dovevi fare, fin nei minimi particolari, proposta come il modo più rapido, semplice e razionale per eseguirlo. Bisognava leggere attentamente perchè spesso non sapevi con precisione cosa volevano. Erano lavori che a volte avevi già fatto, anche solo in parte, altre volte no. Se era un lavoro che conoscevi perchè lo avevi già fatto dovevi stare attento a non correre se no ti tagliavano. Dei lavori fatti in precedenza restavano nelle nostre mani copie delle relative bolle e magari anche gli aggiustamenti che avevamo ottenuto. Ma anche loro sapevano quello che sapevi tu, e se era un lavoro che avevi già fatto ti tagliavano un pochino. Se invece era una cosa nuova spesso andavano per prova e quando eri arrivato a metà o a 1/4 del lavoro capivi che non ce la facevi e protestavi e allora venivano a vedere, a controllare e lì si mercanteggiava per avere una modifica.
"C'erano poi i casi che nel posto dove tu stavi lavorando arrivava un altro, ad esempio un tubista, anche lui con la sua bolla per fare il suo lavoro. Una presenza che magari ritardava o addirittura impediva il tuo lavoro o ti costringeva a farlo in condizioni impossibili di fumi e altro. Lì di nuovo dovevi andare dal capo, spiegare che non era possibile, che bisognava cambiare l'ordine dei lavori.
"Al momento della consegna della bolla io facevo i conti delle ore corrispondenti. Sapevi qual'era il tuo costo orario e per prima cosa dovevi capire quante ore ti davano per quel lavoro; delle tue perché poi c'erano quelle del tuo collega con cui magari condividevi la bolla per quella certa lavorazione - erano cottimi a coppia - ma lui aveva una paga oraria diversa. Perchè era normale capitare in coppia con uno che aveva una paga oraria più alta o più bassa della tua. Nel primo caso, lui che aveva una paga oraria più alta, a lavorare con uno con la paga oraria più bassa ci guadagnava: c'era più tempo per fare il lavoro.
"Quando avevi capito quante ore ti davano per quella commissione cominciavi il lavoro ma ci voleva tempo prima di capire se riuscivi a realizzarci o no. Perché c'erano anche altre complicazioni. Ad esempio il caso che uno scioperava - io - e l'altro, il solito falegname crumiro, no. Oppure l'altro chiedeva un permesso; oppure il lavoro veniva sospeso d'ufficio perchè nel posto dove stavi lavorando veniva aperta un altra bolla per un altro lavoro, incompatibile con noi. Allora a noi davano una nuova bolla, per un altro lavoro, in attesa di riprendere il precedente. Ancora perdite di tempo, vuoti, ricerca di attrezzi... Questo per dire che era un casino, difficile da controllare. Capire se in un lavoro ci guadagnavi o ci perdevi e quindi se dovevi rallentare o accelerare non era facile e ti lasciava inquieto".
Il cottimo non è solo il principio del lavoro industriale: determinare fino all'ultimo centesimo quanto ti costerà un lavoro. Né è solo una buona ricetta per tenere il lavoratore in corsa, fargli fare di più e più in fretta. Col cottimo la direzione affida all'operaio il compito di farsi carico dei tempi morti, organizzando oltre il lavoro suo anche quello di molti compagni di lavoro. Una formula originale per affrontare, muovendo dal reparto, dalla macchina, dal singolo, problemi difficili e a volte impossibili da risolvere per i vertici aziendali.
Ugo che ha cominciato a lavorare poco prima della guerra ha in materia più esperienza di tutti. Nel senso che ha visto all'opera diversi sistemi di cottimo. Ha cominciato a lavorare "da Ansaldo, all'Elettromeccanico" a 18 anni nel 1938. Fino a 15 aveva frequentato una scuola industriale; poi quasi tre anni in una "officinetta".
"Rispetto all'officinetta dove avevo cominciato, l'Ansaldo era una pacchia. La prima battaglia è stata quella di farmi mettere a cottimo, su un tornio e a cottimo. Ero finito in torneria perché il capo che mi aveva fatto entrare era il capo dei tornitori. Allora, a noi ragazzi, ci mettevano in cabina a dare i disegni che è un lavoro che oggi lo fanno delle signorine. Lì è cominciata la battaglia per andare in officina; tentavi di diventare un operaio. Appena riuscivi a parlare col capo: "Quando mi ci mette a lavorare?". Poi, quando ti mettevano in officina, cominciavi a fare l'aiutante. Allora ti attaccavi in continuazione all'operaio che stava alla macchina: dai, lasciami fare. Se lui mollava un po', tu cominciavi a far qualcosa. Fino a che un bel giorno ti mettevano a una macchina e quello era il più bel giorno della tua vita. Una macchina tutta per te dove cominciavi a fare casino. Magari sbagliavi ma - non so se era la tensione della miseria - nel fare questo mestiere ci sentivamo impegnati, ci mettevamo tutto e ci riuscivamo.
"Il primo anno mi è parso lunghissimo. Sono entrato il primo aprile del '38 e il primo maggio del '39 mi hanno messo a cottimo. Avevo fatto il fattorino, l'aiutante e un mese di lavoro alla macchina, poi m'han passato. Ricordo il capo che ha detto: festeggiamo l'antica data; ti metto a cottimo il primo maggio - dei giovani dovevo essere uno dei pochi che sapeva cos'era. Comunque ci sono rimasto fino al giorno che mi hanno messo in pensione.
"Il lavoro aveva la sua gerarchia: in basso il manovale - molti manovali, più di come è stato dopo - che guadagnava molto meno del cottimista. Poi c'era il tracciatore: operai molto considerati anche perché lavoravano pochetto. Ci vuole abilità a fare il tracciatore; non è un mestiere facile, allora meno di oggi. Oggi tracciano meno, a quel tempo invece si tracciava tutto. Dovevano conoscere bene il disegno ma guadagnavano meno del cottimista perché erano a economia (nda, equivalente a "percentualista", operaio retribuito secondo la paga base di categoria più una percentuale della media di cottimo del reparto). E poi veniva il cottimista. Quando sono entrato il cottimo incideva tanto nella paga: un qualificato - specializzati allora ce n'era pochissimi - partiva con 3 lire e 25 di paga e poteva chiudere a 4,50-5 lire, un bel margine. Se non ce la facevi ti davano l'8% del guadagno di cottimo e ci rimettevi un sacco di soldi. Si capisce che tutti volevamo guadagnarci: cominciavi da subito a litigare sul preventivo, poi magari dovevi aspettare la gru e era altro tempo che perdevi o che guadagnavi in meno; liti maledette con l'imbragatore se non si muoveva a farti la manovra; lite della madonna col manovale che doveva portarti a tempo il materiale; lite con i ragazzi del disegno se non facevano presto a portartelo. Questo era il cottimista: era quello che spingeva la fabbrica e oltre a lavorare doveva litigare con tutti.
"Quando sono arrivato io facevamo locomotori: erano pagati discretamente e se non ci guadagnavi la colpa era tua. Nessuno si sarebbe arrischiato a dire: il prezzo del locomotore non va bene. Dovevi essere abile ma guai al mondo a chi ti faceva perdere tempo. C'erano altre lavorazioni, i sommergibili, i filobus, gli alberi motore dei tram che invece erano mal pagate. Stavi bene solo ai locomotori, ma era lo stesso una battaglia.
"Dopo la guerra le cose sono andate in bando per un po' e poi - saran passati tre anni - è arrivata la Smac, una società internazionale per il rilievo dei tempi. Sono comparsi degli ingegneri con cappa bianca e orologi, gente esterna all'azienda, che prendevano i tempi. Con loro è cominciato il casino. Il sistema che c'era prima - lo chiamavamo il sistema Rossi, che poi era un ingegnere di lì - funzionava così. Ti facevano un prezzo, a stima, e quello che guadagnavi su quel prezzo era tuo; se invece stavi nel prezzo senza realizzare allora ti davano il 60% del guadagno di cottimo. La convenienza sarebbe stata quella di accontentarsi del 60%, ma noi sul cottimo ci volevamo guadagnare. Con la Smac invece è cominciato il cottimo diretto. Non c'era più quella faccenda del se non realizzi ti do il 60%. In compenso chi più ne faceva più ne contava. Naturalmente anche il lavoro era di più e allora battaglie della madonna. Alla fine hanno vinto loro e sono passati i tempi della Smac. Sì, qualche esplosione spontanea qua e là. Altre volte ci si fermava tutti perché belin sembrava di non farcela: casin della madonna, tempi tecnici, tempi qui, tempi là; poi è uscito il passo e tutte queste belinate sono finite. Beh, finite… finite per modo di dire.
"Perché insieme è venuta la riorganizzazione. Avevamo un direttore che diceva: E' inutile che un cannone mi spari mille colpi all'ora se poi in trincea non ci sono i proiettili. Perché succedeva che l'operaio andava in continuazione in cerca del materiale, dell'attrezzo, ora qui ora là. Lui invece voleva organizzare la fabbrica con la manovalanza che portasse tutto quello che serviva e l'operaio qualificato o specializzato solo e sempre a lavorare, a far lavorare la macchina. Invece o mancava il disegno, o mancava il ferro, o ci voleva il micrometro o qualche altro accidente. E così l'operaio era sempre in giro. Cosa facciamo? si è detto quel direttore. Tenendo questa organizzazione di operai me ne crescono mentre mi mancano i manovali. Allora ha fatto quella cosa che chiamavano contenimento o ridimensionamento, una cosa così. che poi voleva dire che hanno preso una parte di operai e li hanno passati manovali. Lì si capisce che è scoppiato un casino. Non l'abbiamo accettato il declassamento. Sono venuti gli scioperi, le bastonate: Celere sempre dietro, un casino del sacramento sempre per quella cosa lì.
"Appena mettevamo un piede fuori dello stabilimento, la direzione telefonava: stanno uscendo. Dopo 10 minuti - eravamo arrivati sì e no sulla strada del tram - vedevamo già gli elmetti brillare laggiù al Campasso. Per lo più ci incontravamo a Certosa: bastonate della madonna, scappa di qui, scappa di là. Una volta al Campasso avevamo cercato di fare un cordone: niente da fare, bastonate per tutti. Sempre per sti declassamenti. Siamo scappati su per la montagna e siamo scesi dall'altra a parte; da Granarolo siamo arrivati a De Ferrari a dare i manifestini. Loro erano lì sotto i portici che ci aspettavano; di nuovo bastonate. Era così; erano i tempi di Scelba. Nel '68 o '69 invece le cose erano già cambiate. Perché c'era già stata la cosa dei socialisti, il centro sinistra, e prima ancora il 30 giugno (1960). Il 30 giugno qualche piccolo cambiamento l'aveva portato. Non come nel '68 ma qualcosa era sì. Per esempio dopo che han fatto il centro sinistra le bastonature non ci sono più state e in fabbrica il clima era migliorato. Solo il clima perchè il salario invece... A meno di non fare dello straordinario: soldi solo con lo straordinario ma a tutta forza, eh.
"Stava esplodendo il consumismo; non ancora come è venuto in seguito ma c'era, si sentiva: se l'operaio faceva un sacco di ore e trottava svelto poteva cominciare a comprarsi qualche belinata. Mi ricordo - eravamo attorno al Sessanta - un ingegnere che, quando trovava uno come me che non aveva voglia di darci dentro e se poteva cercava di evitare lo straordinario, gli diceva: M'hanno detto che lei non ha ancora tutto. Se volesse impegnarsi un po' con questo lavoro, ci sono delle ore da fare, potrebbe comprarsi la roba che le manca. Nel tutto che pensava lui la roba era la televisione, il frigo, la lavatrice. Erano tempi che cominciavi a lavorare non solo per mangiare ma anche per avere. La pressione era molto forte; era difficile chiamarsi fuori. Da una parte c'era la direzione, l'ingegnere, dall'altra ti arrivava il capo - a me è successo più di una volta dalla fine degli anni Cinquanta - che ti diceva: senta io ho 2000 ore di straordinario da consumare e bisogna che le consumi, ha capito? E aver capito voleva dire che dovevi prenderti la tua parte e farle.
E in quella situazione poi arrivava quello che diceva: beh, io per stare un'ora sul tram, rimango un'ora di più in fabbrica e coi soldi mi compro l'auto e viaggio più in fretta. Era un fenomeno generale; in fondo lo straordinario se non piaceva però andava bene a tutti. Magari c'era quello che stava un po' meglio o era meno consumatore - era un po' meno invexendato a comprare roba - e ne faceva un po' meno. Ma era tollerato solo perché c'erano gli altri che facevano anche il suo. Era lo straordinario che cambiava la busta, che ti faceva guadagnare. In fabbrica ha inciso molto. Non si può parlare di quei tempi, delle lotte, delle conquiste, della vita operaia dal Cinquanta al '68 senza parlare di straordinario. Lo straordinario ha avuto una importanza enorme sulla vita dei lavoratori."
"Cusci 't'è sciurtiu da a stansia du cottimu e t'è introu in quella du straordinaiu" (così sei uscito dalla stanza del cottimo e sei entrato in quella dello straordinario) ha detto Lino. E Elio, di rimando e col solito sorrisino: "Segùo che cun tutte ste stansie aviescimu za fetu in palassiu" (Certo che con tutte ste stanze avremmo già fatto un palazzo). Tutti hanno riso.
Anche Lino ha parlato di cottimo. L'aveva scoperto per la prima volta quando, ormai ventitreenne, era entrato in Ansaldo. "A me la bolla ha dato sempre fastidio, dal primo giorno. Me la sentivo sopra; mi metteva ansia. E non cambiavo idea neppure quando, andando a contare le ore che avevo guadagnato nelle bolle che tenevo nel cassetto, scoprivo che avevo sempre un centinaio di ore di buono. Vivevo con questa idea: che se la bolla mi fosse andata a bagno, che non portavo a casa i soldi - e persone che ci andava a bagno ce n'era più di una - era il disastro".
Luigi a picchiarsi col cottimo ha cominciato nel 1962, appena entrato in stabilimento. Reparto saldatura: ritmi impossibili con una una tecnica di saldatura introdotta da poco. Bisognava darci dentro e pensare solo a saldare, con bacchette enormi e fumosissime che subito erano diventate il suo incubo. All'inizio il suo compito avrebbe dovuto essere semplicemente d'appoggio ad un saldatore sperimentato che "anche se era un compagno" alla prova dei fatti era risultato uno che "me lo metteva in culo: mi faceva fare i lavori peggiori o addirittura se n'andava e mi lasciava solo". Uno che, tra l'altro sul lavoro neppure ci sapeva tanto fare. Aveva altre mire: infatti poi era riuscito ad andarsene dallo stabilimento. Per Luigi invece a quel primo anno ne erano seguiti altri 34. Dopo i primi cinque era però riuscito a sganciarsi dalla maledetta saldatura: grazie ai corsi serali di disegno tecnico era passato coi tracciatori.
Quando sono entrato io, nel '68, ha detto Pippo, l'incremento della paga oraria grazie al cottimo non superava il 10%. L'incremento massimo previsto per i cottimisti era attorno a 140 e la media realizzata dai cottimisti dello stabilimento era 136, cioè poco meno del massimo. Se lavorando normalmente la fabbrica raggiungeva il valore 136, era evidente che ormai l'efficacia del cottimo poteva considerarsi finita. Ai tempi di Ugo invece l'incremento poteva superare il 30%. "E' la dimostrazione che ai tempi miei l'efficacia del cottimo come strumento di incentivo era molto ridotto; ormai aveva raggiunto i risultati che si proponeva". Lo sapeva anche l'azienda che nel Settanta aveva accettato un accordo per molti aspetti giudicato storico. Non era stato un caso, ha aggiunto Pippo, se nello stesso periodo i tempisti erano scomparsi. Lui ad esempio aveva fatto appena a tempo a vederli. Neo assunti, spesso da poco diplomati, venivano ancora mandati nei reparti a rilevare tempi di cui l'azienda non sapeva che farsene: non era più un segreto quanto rendeva il lavoro ad ogni macchina. Quelli però venivano mandati egualmente in reparto, per farli scontrare con gli operai; a incassarne il disprezzo e persino l'odio. Per meglio convincerli così a schierarsi sul fronte opposto, quello degli impiegati. "Era il loro battesimo del fuoco. Un vaccino perché in futuro non pendessero dalla parte degli operai".
Convinzione generale: cottimo e straordinario sono stati strumenti decisivi per controllare non solo la produttività del lavoro ma, più in generale, i comportamenti individuali e di gruppo degli operai. Da rappresentarsi come? Il nostro sta diventando il museo dei punti interrogativi.


Manlio Calegari

Il Museo degli Operai


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